Giacomo Carissimi

 

Nato nel 1605, il marinese Carissimi fu un professionista della musica serio e apprezzato, ma anche modesto, non tanto ansioso di fare nuove esperienze, quanto  di approfondire al massimo grado l'orizzonte di interessi a portata di mano. Nulla si sa dei suoi studi, né se essi si svolgessero nella natia Marino o nella vicina Roma. Nel 1623 egli è cantore nella cappella del duomo di Tivoli, e fa una carriera molto rapida se già nel 1628, a ventitré anni di età, è maestro di cappella nella  cattedrale di san Rufino in Assisi.

Prima pagina dell’oratorio Iephte dal codice VM 1 1477. Parigi, Bibliothèque Nationale

Qui resta fino all'anno successivo; indi, intorno al 1630, e cioè a venticinque anni, diventa maestro di cappella nella chiesa di sant'Apollinare del Collegio Germanico-Ungarico in Roma. Praticamente, il suo iter professionale termina qui: ebbe forse offerte di lavoro dall'estero, ma non si allontanò mai né da Roma, né dal suo posto di lavoro a sant' Apollinare; e in questa stessa chiesa venne sepolto nel gennaio del 1674. Una lunga vita, dunque, e più di quarant'anni spesi al servizio di un'unica cappella.

 Ma se l'esperienza professionale di Carissimi è estremamente modesta, grande è la sua personalità d'artista, sebbene anch'essa limitata formalmente. Carissimi infatti si occupò a fondo di musica vocale sacra,sia nelle forme tradizionali e liturgiche della Messa e del Mottetto, sia nella nuova forma dell'Oratorio in latino; scrisse molte Cantate a l voce (ma anche a 2 e a 3), sia profane che sacre; infine compose una quarantina di brevi versetti per organo, da intercalare durante le funzioni all'esecuzione corale; nient'altro.

Ma c'è di più: pur avendo raggiunto una notevole rinomanza, la sua produzione rimase per la grande maggioranza manoscrItta, e del SUOI celebrI OratorI, soltanto pochi videro la luce durante la sua vita. Ma non in, pubblicazioni intesate a suo nome, bensì in raccolte antologIche: l'Audite Sancti nel 1645, lo Iephte nel 1646, il Quis est hic nel 1647, l'Anima et Angelus nel 1656, il Suscitavit Dominus nel 1665,lo Iudicium Salomonis I nel 1669. Soltanto nel 1675, un anno dopo la sua morte, usciva a Roma un libro totalmente dedicato alla sua musica, i Sacri Concerti Musicali con 4 Oratori e 5 Mottetti. Non bisogna tuttavia pensare a Carissimi come un autore conosciuto solo in un ambiente ristretto; anzi, la sua produzione ebbe vasta risonanza europea, e fu conosciuta, attraverso fonti manoscritte, in Francia e in Germania. Infatti, le esecuzioni di Oratori di Carissimi al Crocifisso, ebbero molta risonanza, furono frequentate dal clero elevato e dalla nobiltà romana, con Cristina di Svezia in testa, e soltanto la proibizione ecclesiastica di stamparle liberamente impedì loro una diffusione più vasta.

 Questa particolare situazione impedì anche un ordinamento cronologico della produzione oratoriale di Carissimi: si può soltanto dire che essa dovette cominciare subito dopo il suo arrivo a Roma (1630), e svolgersi soprattutto nei primi anni del suo soggiorno romano.

Frammento dell’oratorio Iephte pubblicato in Musurgia Universalis  di A. Kircher (Grignani, Roma, 1650)

Carissimi, collaborando con l'oratorio del Crocifisso, scrive le sue composizioni su testo latino, secondo la convenzione di quella confraternita, convenzione destinata ben presto a sparire, in quanto soppiantata dalla tradizione dell'Oratorio in volgare, che avrà sviluppo soprattutto nell' oratorio della Carità. L'Oratorio in latino è una forma, per molti aspetti, più nobile, di stile più elevato, rivolta alle classi colte: al clero, alla nobiltà. La stessa scelta degli argomenti, ricavati dall' Antico Testamento, indica che essi si rivolgono ad ascoltatori di più alto livello culturale, mentre invece l'Oratorio in volgare preferisce il NuovO Testamento e le storie dei santi. Ma la scelta dei temi si risolve anche in una diversa caratterizzazione stilistica: queste storie sacre si distaccano in maniera netta dalla coeva opera in musica, per il loro contenuto più narrativo e quindi epico, e non drammatico. Gli aspetti stilistici possono forse ingannare, dato che Carissimi fa uso di recitativi nel tipico stile monodico: ma la sempre vasta presenza del coro e' gia segno di un diverso atteggiamento, che ha poi una verifica nella relativamente scarsa individuazione drammatica dei singoli personaggi, sentiti più come "voci" di una grande polifonia che come singoli personaggi. Lo storico, ad esempio, cioè quel personaggio che collega fra loro i vari momenti drammatici della narrazione, e che molto spesso assume anche un ruolo di protagonista, in Carissimi sfuma notevolmente la sua funzione, essendo spesso affidato a voci diverse, o anche mancando del tutto. In tal caso la sua funzione connettiva viene assunta volta a volta da altri personaggi, che narrano in prima persona le loro vicende, e qualche volta è lo stesso coro a svolgere questa funzione. Ciò avviene ad esempio nella Lamentatio damnatorum, in cui è proprio la massa dei condannati a guidare il discorso; e qualcosa del genere avviene anche nel Diluvium universale, dove due soprani in duetto espongono il fatto, cui si innestano vari dialoghi fra Dio e Noè, ma sono poi gli angeli e l'umanità minacciata da sterminio ad assumere il filo principale del discorso. Bisogna anche aggiungere che la struttura di questi Oratori è molto simile a quella di un vasto Mottetto, con inserite brevi parti a solo; ed infatti in alcuni casi non è facile distinguere fra un Mottetto e un Oratorio, dato che Carissimi raramente precisa la forma nel titolo. Ma altri Oratori, e non a caso sono fra quelli più eseguiti ancora oggi, dato che si avvicinano alla forma più consueta e simile all'opera, presentano il personaggio dello storico. Ad esempio il famoso Oratorio Iephte, prpresenta il personaggio dello storico, anzi dell' Historicus, perfettamente delineato.

Ma si tratta in totale di solo quattro, brevissimi interventi in recitativo, e per di più non affidati allo stesso cantante: due volte il contralto, una il tenore, una il basso.

Prima pagina della Historia di Ezechia dal  codice VM 1470. Parigi,

Bibliothè-que Nationale

 

Prima pagina della Historia di Job dal codice VM 1470. Parigi, Bibliothèque Nationale

Tuttavia, il contenuto più epico che drammatico degli Oratori di Carissimi, non deve far pensare a un distacco dalla materia, a una specie di formalismo musicale. Al contrario, la sensibilità di Carissimi è quella di un lirico che ama i forti contrasti, che è capace di illuminare con bagliori improvvisi una singola parola, un grido, una esclamazione di dolore, trasfigurandola in una invenzione musicale che è un po' l'equivalente sonoro della pittura e della scenografia barocca. È una musica ricca di madrigalismi, cioè di quelle sottolineature pittoriche di parole che hanno riferimenti visivi; è una musica caratterizzata da un uso personalissimo del ritmo, che spesso richiama lo stile concitato di Monteverdi, il Monteverdi dell' Incoronazione di Poppea o del Combattimento di Tancredi e Clorinda. Straordinaria è poi la capacità di Carissimi nel trasformare gli accenti patetici in complesse costruzioni musicali.

La parte orchestrale è apparentemente ridotta al minimo: il basso continuo è realizzato all'organo, o al cembalo, ma anche con la tiorba o l'arciliuto, con l'aggiunta di violone o viola da gamba; raramente c'è anche l'indicazione di due violini, con un ruolo concertante. Ma certamente l'esecuzione era realizzata da un maggior numero di strumenti, come è possibile ricavare da varie indicazioni d'archivio come ricevute di pagamento: una maggiore massa di archi, e anche trombe e altri strumenti a fiato. E doveva essere certamente magistrale se ad essa prendeva parte talvolta anche Frescobaldi.

testo e immagini da "Grande storia della musica" Vol II: Dal canto gregoriano ai nostri giorni - nota di Eduardo Rescigno - 1978 Fratelli Fabbri Editori

La discografia di Giacomo Carissimi